L’olio di palma senza veli…

semi di olio di palma

semi di olio di palma

 

L’olio di palma non si nasconde più.

Il tam-tam mediatico negli ultimi anni ha portato l’olio di palma sul banco degli imputati tra gli ingredienti pericolosi, spesso creando confusione tra i danni da esso causati all’ambiente e quelli invece causati alla nostra salute.

Con l’entrata in vigore della regolamentazione europea sulla trasparenza delle etichette dei prodotti alimentari, oggi è obbligatorio specificare l’eventuale presenza di olio di palma. Questo perché non è più consentita la semplice indicazione di “oli vegetali”.

Dannoso per noi o dannoso per l’ambiente?

Con la palma da olio (del genere Elaeis) si possono ricavare due tipi di oli, entrambi ricchi di acidi grassi saturi: l’olio di palma, estratto dai frutti e l’olio di palmizio estratto dai semi.

L’olio di palma, oramai lo sappiamo tutti, ha un impiego industriale massiccio e spazia dalla produzione alimentare, a quella dei cosmetici, a quella dei biocarburanti.

Prima di essere raffinato si presenta di colore rossastro, di consistenza semisolida proprio grazie all’alto contenuto di grassi saturi

semi di olio di palma

semi di olio di palma

Note:

100g di olio di palma sviluppano 884kcal

il 47% è costituito da grassi saturi

il 39% da grassi monoinsaturi

il 14% da grassi polinsaturi

Come termine di paragone, pensiamo che l’olio extravergine di oliva e quello di mais contengono meno del 15% di grassi saturi, quello di girasole circa l’11%. Una percentuale simile a quella dell’olio di palma si ritrova nel burro, circa il 48%, che infatti è solido. L’olio di cocco arriva addirittura all’85%.

I grassi saturi – presenti per lo più nei grassi di origine animale – sono molecole la cui caratteristica principale è di avere una catena lineare formata da legami semplici anziché doppi come nel caso dei grassi insaturi. Questo conferisce una maggiore stabilità, un elevato punto di fusione e una maggior resistenza all’ossidazione. Nel caso dell’olio di palma abbiamo quindi una sorta di eccezione, essendo di origine vegetale ma ugualmente ricco di grassi saturi. La loro pericolosità e demonizzazione, a differenza di quelli monoinsaturi e polinsaturi, sono oggetto di continue ricerche e nuove teorie.

Si tratta di un prodotto molto interessante per l’industria in quanto poco costoso, che rimane neutro al gusto e all’odorato, che conferisce notevole morbidezza o spalmabilità ai prodotti. Proprio grazie alle caratteristiche di stabilità, punto di fusione e resistenza all’ossidazione di cui sopra.

Nel settore alimentare, la sua pregevole caratteristica di mantenere lo stato solido diventa davvero una fortuna: perché il prodotto si lavora più facilmente, si trasferisce con minor costi, si degrada più lentamente di altri grassi. I prodotti che lo contengono si irrancidiscono di meno e rimangono più morbidi.

Per questi motivi il suo utilizzo è cresciuto in modo esponenziale dagli anni ’90 in poi ed ha portato oggi ad una richiesta tale da diventare una delle principali cause di deforestazione del continente asiatico, per far posto alla sua produzione.

Basti pensare che dal 2000 in Indonesia sono stati abbattuti oltre 6 milioni di ettari di foresta, sostituita da queste piantagioni. Un disastro ambientale che coinvolge le popolazioni locali e la biodiversità animale e vegetale, sconvolgendo equilibri secolari.

Visto il dilagare delle proteste delle associazioni ambientaliste di tutto il mondo, recentemente le stesse multinazionali che ne fanno grande utilizzo hanno creato una sorta di certificazione, la RSPO: Roundtable for Sustainable Palm Oil. Dovrebbe essere una garanzia sulla provenienza “etica” e “responsabile” dell’olio di palma da loro acquistato, ma secondo le accuse di Greenpeace gran parte della deforestazione avviene proprio in concessioni controllate da membri della RSPO.

palma da olio

palma da olio

Anche dal punto di vista dell’alimentazione il problema è ugualmente legato al suo uso massiccio in tanti prodotti dolciari industriali. Una volta raffinato perde quasi completamente il suo carico vitaminico, lasciando invece inalterato il carico di grassi idrogenati: una dieta sbilanciata, ricca di prodotti che lo contengono, diventa quindi un pericolo.

A voler essere obiettivi, bisogna quindi dire che l’olio di palma non è più dannoso per la nostra salute di quanto non lo siano altri tipi di oli: è il suo abuso (come del resto l’eccesso di tante altre sostanze) che diventa un pericolo.

Il problema nasce dalla sua diffusione nelle produzioni alimentari industriali.

Diventa quindi opportuno limitare o per lo meno controllare il consumo dei cibi che lo contengono.

 

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